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IL MIO FLAMENCO
Posted by:
lucille on 09 Agosto 2007 11:02:20
Elena 9 agosto 2007
Le soddisfazioni non accennano a calare, per quanto mi appresti a entrare nel terzo anno di studio.C’è così tanto da scoprire, che la noia non trova spazio.Volevo ballare senza dipendere da nessuno e così ho iniziato.
IL “MIO” FLAMENCO
Presto ho scoperto la complessità di questa disciplina che non si esaurisce in qualche sequenza di passi o in qualche figura –questo era il mio riferimento, avendo io conosciuto un po’ il mondo del “ballo liscio”-.I balli flamenchi o afflamencati sono moltissimi, la loro storia nasce lontano. Ognuno ha un ritmo proprio, costruito su un gioco di accenti diverso da quello a cui siamo abituati: regolare (non sempre), ma mai scontato, aperto a variazioni costruite sul tempo e sul contrattempo.
Nella musica si entra attraverso tutto il corpo: i nostri piedi e le nostre mani sono il nostro strumento musicale che va ad aggiungersi alla musica e la valorizza. Vale poco cercare di descrivere a parole lo stupore di scoprire che giochi di suoni possono nascere dalla compenetrazione della musica, dei piedi e delle palmas.
Ecco: il corpo, il mio corpo. Di molti suoi aspetti ho preso consapevolezza attraverso il flamenco: i suoi pesi, per esempio. Saperli gestire è una chiave fondamentale per riuscire a eseguire un passo. Comprendere la meccanica che si nasconde dietro ad un passo, che magari non viene, ha un che di miracoloso, a volte. Oppure il gesto di preparare il colpo, articolando la gamba dalla quale nasce la sequenza: anche questo gesto, che può apparire banale e inutile, non lo è affatto, nel momento in cui, per esempio, devi fare uscire dai tuoi piedi una serie molto veloce di passi legati tra loro.Poi le braccia: ci sono momenti, in prova, in cui ringraziamo la nostra mamma che ce ne ha date solo due... sono moltissimi gli intrecci che si possono creare con loro per accompagnare il ballo. E anche in questo caso, piano piano, si impara a capire che un braccio è scomponibile in tante parti, e che è utile imparare a sentire ognuna di esse, a mobilizzarla. Un movimento può nascere da una spalla, piuttosto che da un gomito: e la sfumatura impressa a tutto il gesto cambia di conseguenza.
Imparo, piano piano, a conoscere il mio corpo, a muoverlo con consapevolezza, ormai in età matura...
Poi guardo le donne che con me condividono gli allenamenti e le esibizioni. E si apre una dimensione tutta emotiva.
Trovo straordinario -estremamente coraggioso-, che una persona si metta in discussione cercando di imparare qualcosa di nuovo, e che lo faccia attraverso il proprio corpo, che è il canale attraverso il quale secondo me passa all’esterno la femminilità e, più generalmente, l’espressione della propria emotività.
Ma femminilità ed emotività possono aprirsi al mondo esterno, o rimanere dentro di noi e del nostro corpo.
Penso sia chiaro che, solo a volerlo, si può mettere molta carne al fuoco attraverso la danza.
Ballano con me donne che sono madri, donne che lavorano, e che, nonostante questi impegni, trovano del tempo da dedicare a se stesse. Questo è prezioso, lo è molto. E’ qualcosa di più forte della stanchezza dopo una giornata di lavoro e più forte del senso di colpa, che nasce perché il tempo della danza è tempo tolto alla famiglia.
Ma pensare a se stessi, curare corpo ed emotività, è un importante gesto d’amore verso di sè, e chi ci è più vicino, presto o tardi, ne coglierà i frutti.
In che modo è possibile vivere tutto questo? Beh, è presto detto.
L’anno comincia tra settembre e ottobre, gli allenamenti si svolgono una / due volte alla settimana. Lucia, la nostra maestra, inizia –furbescamente- a insegnarci dei passi (coordinati con le braccia, con le mani, e magari anche con la gonna!!), tra loro slegati. Dopo i primi mesi, quanto imparato viene gradatamente composto insieme, fino a creare la coreografia. E qui comincia il bello. Più ci si appropria dei passi, più ci si può concedere il lusso di mettere in quei movimenti “qualcosa di nostro”, di sentire la musica, magari di accennare un sorriso.
Parallelamente a tutto questo, Lucia ci offre un altro strumento didattico: momenti di approfondimento tecnico –i cosiddetti stage-, che solitamente durano un paio di giorni, si svolgono 3 / 4 volte all’anno, e in loro occasione ballerini professionisti ci mettono a disposizione il loro sapere. Ascoltare insegnamenti e suoni, guardare in che straordinario modo un corpo può muoversi nel flamenco, è ciò che arricchisce e stimola ulteriormente la nostra consapevolezza.
E così arriviamo in prossimità del saggio finale.
La tensione comincia a salire: gli allenamenti si infittiscono, i garage dell’una o dell’altra diventano nuove sale prova. Si condividono paure ed emozioni, l’impegno è comune per costruire il migliore risultato possibile.
Immancabile arriva il giorno del saggio: i costumi, il trucco, i camerini, il backstage, le prove generali... giocare a fare le ballerine professioniste è speciale.
Ci offriamo agli occhi degli altri –amici, familiari, estranei- e di nuovo penso che in questo gesto non c’è proprio nulla di semplice. Il giudizio altrui è sempre una brutta bestia. Ma l’impegno di ogni anno è troppo per consentire alla paura di bloccarci.
Mi hanno detto che l’unico modo per combattere la paura è “aprirle la porta”. Ecco: il sipario si alza...
Elena
9/08/2007
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